Gli eroi del Naufragio della Costa Concordia: quando il mare mise alla prova il coraggio umano
Dal disastro al salvataggio: la notte in cui l’Italia intera scoprì il valore del dovere e della solidarietà.
La notte del 13 gennaio 2012: il mare si fa giudice
È una fredda sera d’inverno, il 13 gennaio 2012. La Costa Concordia, orgoglio della flotta italiana e simbolo del turismo marittimo moderno, solca le acque calme del Tirreno. È partita da Civitavecchia e naviga verso Savona, con a bordo oltre 4.200 persone tra passeggeri ed equipaggio.
Alle 21:42, mentre la nave costeggia l’isola del Giglio, un improvviso colpo scuote il gigante bianco: la chiglia ha urtato contro un banco di rocce affioranti chiamato Le Scole. L’impatto squarcia lo scafo sul lato sinistro: una ferita lunga circa 70 metri da cui entra subito l’acqua.
In plancia, per alcuni interminabili minuti, regna la confusione. Gli allarmi risuonano, le luci si spengono, la nave comincia a inclinarsi. Viene comunicato che si tratta di un “guasto elettrico”, ma i ponti si riempiono rapidamente d’acqua e panico.
Alle 22:33 viene dato l’allarme generale. I passeggeri, molti dei quali ancora a cena o nei teatri, vengono indirizzati verso le muster stations, i punti di raccolta per le emergenze. Solo alle 22:54 arriva l’ordine di abbandonare la nave.
Intanto la Costa Concordia si adagia su un fondale a poche decine di metri dalla costa, inclinata di oltre 70 gradi: un colosso di 114.000 tonnellate trasformato in un mostro ferito che minaccia di capovolgersi.
Il dramma e la speranza: ore di paura e di eroismo
Mentre i ponti scivolano verso il mare e i passeggeri tentano di raggiungere le scialuppe tra urla, oscurità e freddo, il destino della nave si intreccia con quello di centinaia di uomini e donne che quella notte compirono gesti di coraggio straordinari.
Dalla sala operativa della Capitaneria di Porto di Livorno, il comandante Gregorio De Falco prende il controllo della situazione. Con voce ferma e rabbiosa, chiama il comandante Francesco Schettino via radio, intimandogli di «salire a bordo, vada a bordo, c…!», frase che entrerà nella storia.
De Falco, da terra, coordina per ore le operazioni di soccorso, organizzando le motovedette, le unità della Guardia Costiera e i contatti con i soccorritori sull’isola. Senza il suo intervento tempestivo e la sua lucidità, l’evacuazione sarebbe stata ancora più lenta e disorganizzata.
A bordo, in mezzo al caos, alcuni membri dell’equipaggio si distinguono per sangue freddo e senso del dovere.
Il giovane ufficiale Simone Canessa, appena ventiseienne, rimane sul ponte di comando a fornire informazioni cruciali ai soccorsi.
Il medico di bordo, insieme a un piccolo gruppo di marinai, continua ad assistere i feriti anche quando la nave si piega pericolosamente sul fianco.
E poi ci sono loro: i camerieri e cuochi filippini, circa 300 persone, che aiutano i passeggeri disorientati, li accompagnano alle scialuppe, li rassicurano. Alcuni di loro, secondo le testimonianze, tornarono indietro più volte nella parte inclinata della nave per salvare chi non riusciva a muoversi.
Questa “catena umana” di soccorritori – professionisti o semplici membri dell’equipaggio – permise di portare in salvo oltre il 99% delle persone a bordo. Su 4.229 anime, persero la vita in 32: un bilancio tragico, ma che avrebbe potuto essere centinaia di volte peggiore.
L’isola del Giglio: un popolo intero in mare
Mentre la Costa Concordia si adagiava sul fianco, la piccola Isola del Giglio – appena 1.400 abitanti in inverno – divenne il cuore pulsante del salvataggio.
Appena dato l’allarme, i pescatori e gli abitanti dell’isola si mossero spontaneamente, aprendo i loro porti, le case, le chiese e gli alberghi.
Le barche private uscirono nella notte per raccogliere i naufraghi che arrivavano in mare, mentre i volontari accendevano fuochi sulla spiaggia per orientare le scialuppe.
Nell’unico molo disponibile, quello del porticciolo di Giglio Porto, si riversarono centinaia di persone infreddolite e bagnate, accolte da isolani che offrivano coperte, tè caldo, vestiti asciutti e parole di conforto.
Il vice-sindaco Mario Pellegrini, avvertito dell’incidente, non esitò a salire personalmente sulla nave ancora inclinata, per coordinare l’evacuazione e aiutare i passeggeri intrappolati. «Era come un film dell’orrore», racconterà poi, «ma sapevo che non potevo restare a guardare».
Sull’isola, la Protezione Civile, i Carabinieri e i volontari locali lavorarono tutta la notte fianco a fianco con i naufraghi. In poche ore, il Giglio si trasformò in un grande centro di accoglienza improvvisato: nessuno restò senza un letto o un pasto caldo.
Il giorno dopo, la scena al porto mostrava il volto migliore dell’Italia: marinai, isolani, soccorritori, preti, infermieri e turisti uniti dallo stesso spirito di solidarietà.
Le ore successive e la lunga ferita del mare
All’alba, la sagoma inclinata della Costa Concordia era visibile da tutta l’isola: un gigante bianco riverso sul fianco, simbolo di tragedia e monito per la sicurezza marittima.
Le operazioni di recupero durarono oltre due anni, diventando la più grande operazione di raddrizzamento e recupero navale della storia.
Il relitto fu infine rimosso nel luglio 2014, rimorchiato verso Genova per la demolizione. Ma nell’animo di chi visse quella notte, l’immagine della nave ferita resta incisa per sempre.
Gli eroi dimenticati del mare
Oltre ai nomi noti, ci furono centinaia di eroi silenziosi: ufficiali di macchina, tecnici, cuochi, marinai e semplici cittadini.
Molti di loro non ricevettero onorificenze, ma le loro azioni salvarono vite.
Un Batterista di trent’anni che lascio il posto sulla scialuppa ad una famiglia con due gemelline di tre anni e che morì per annegamento, un cameriere che accompagnò anziani verso le scialuppe restando indietro; un ufficiale che guidò la gente al buio con la luce del cellulare; un pescatore che fece la spola tutta la notte tra nave e porto.
Sono storie di marinai e di uomini, di coraggio quotidiano, di quel senso del mare che non si impara nei manuali ma nasce da dentro.
Il lascito del disastro
Il naufragio della Costa Concordia cambiò profondamente il mondo della navigazione da crociera.
Dopo l’incidente furono introdotte nuove regole sulla gestione delle emergenze, sulle procedure di abbandono nave e sui piani di addestramento dell’equipaggio.
Ma, più ancora dei protocolli, resta la lezione umana: il mare, quando mette alla prova, rivela chi siamo davvero.
Quella notte, tra urla, paura e freddo, l’Italia riscoprì il valore del dovere, della solidarietà e del coraggio silenzioso.
I veri eroi della Costa Concordia non indossavano medaglie, ma giubbotti di salvataggio.
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